LE CRAVATTE... del dott. Furio Ravera

Da un gesto quotidiano, apparentemente di poco conto, nascono riflessioni sul sé più profondo.

Il possibile adiacente 
 
A Napoli da una conversazione con Dario Gaipa, artista fondatore di LLABBASC, Art Gallery e sede di eventi.
 
Caro Dario,
sto ripensando alla conversazione di ieri sera.
 
Quel fenomeno di vedere in una roccia, in una nuvola, immagini familiari di volti e di animali, si chiama paraeidolia ed è una risorsa evolutiva della nostra mente che ha permesso ai nostri progenitori di individuare, in una visione poco chiara e ambigua, un predatore e distinguerlo da una entità innocua con un processo rapido.
 
Telmo Pievani nel suo libro “Tutti i mondi possibili” introduce il concetto che l’evoluzione della vita non ha ancora generato tutto quello che potrebbe per le potenzialità che ha. In altre parole, il reale è molto più piccolo del possibile e introduce il concetto: “L’evoluzione è un’incessante esplorazione del possibile adiacente”. L’evoluzione non ha espresso che una piccola parte delle possibilità. Le più importanti scoperte scientifiche sono avvenute perchè qualcuno ha immaginato qualcosa che non c’era e lo ha processato con la realtà: le prove sperimentali. Questo vale per la relatività, per la Meccanica Quantistica per esempio.
 
Scienziati visionari, artisti, scrittori, si trovano ad esplorare quel che ancora non c’è. Quando tu trovi delle forme in una visione che sembra amorfa, tu esplori il possibile adiacente attraverso la fantasia e la paraeidolia. Ho pensato che questo potrebbe essere il tuo messaggio. Nel mondo che vediamo c’è molto di più di quello che i nostri occhi ci “lasciano vedere” e tu lo esplori con le tue visioni.
 
Il possibile adiacente potrebbe essere rappresentato da una serie di uccelli, per esempio, che non esistono nella realtà, ma che rappresentano l’inesplorato del concetto di uccello. Così vale per altre forme della realtà quotidiana. Le automobili sono un esempio di creatività dell’adiacente possibile che le ha trasformate, passo dopo passo, da carrozze a ciò che sono oggi. Con i tuoi quadri fatti di segmenti di realtà, offri la visione di tutto ciò che merita di essere visto e che normalmente non cogliamo.
 
La Premio Nobel del Caltech Frances Arnold è partita dalla lettura della Biblioteca di Babele di Borges e non dimentichiamo “Il libro degli esseri immaginari”.
 
Ciao. A presto.
Furio

Le forbici della mente

La lettura del “Visconte dimezzato” di Italo Calvino consente di esplorare l’illusione di separare il buono dal cattivo, permettendo di intuire che se i danni del “tutto cattivo” – il Gramo – sono ovvi, il comportamento del “Buono” non è privo di conseguenze nefaste.

«Delle due metà è peggio la buona della grama» si cominciava a dire a Pratofungo.
Infatti si legge nel racconto: “… non s’era proposto di curare solo i corpi dei lebbrosi‚ ma pure le anime. Ed era sempre in mezzo a loro a far la morale‚ a ficcare il naso nei loro affari‚ a scandalizzarsi e a far prediche. I lebbrosi non lo potevano soffrire…
…Le donne lebbrose‚ senza più quello sfogo di far baldoria‚ si trovarono a un tratto sole di fronte alla malattia‚ e passavano le sere piangendo e disperandosi”. 

E ancora, a proposito dell’insistenza del Buono presso gli Ugunotti per far abbassare loro il prezzo della segale per i contadini che avevano avuto, a valle, distrutto il raccolto dalla grandine: “Gli ugonotti ora facevano i turni di guardia per proteggersi anche da lui (il Buono)‚ che ormai aveva perso ogni rispetto verso di loro e veniva a tutte le ore a spiare quanti sacchi vi fossero nei loro granai e a far prediche sui prezzi troppo alti e dopo andava a raccontarlo in giro rovinando i loro commerci”. 

“Così passavano i giorni a Terralba‚ e i nostri sentimenti si facevano incolori e ottusi‚ poiché ci sentivamo come perduti tra malvagità e virtù ugualmente disumane”. 

Questo racconto di Calvino, che potremmo definire science fiction, ci consente di esplorare il comportamento umano attraverso la lente d’ingrandimento della fantasia. Così si comprende, come la separazione di parti opposte, nella mente umana, non offra alcuna buona soluzione. Qualcuno dirà: ma è pura fantasia, nessun uomo può sopravvivere a una separazione in due metà perfette del suo corpo, specie per un colpo di cannone!

Certo, ma quel che non è possibile ottenere con un colpo di cannone è attuabile con lo stesso strumento che impiega la fantasia, la capacità di rappresentare la realtà separandone delle parti.
 
È un meccanismo difensivo ben noto, la scissione, che fa si che di un oggetto, una persona con la quale si interagisce, si costruiscano due visioni, una buona e una cattiva, che si alternano e si escludono reciprocamente, a seconda delle emozioni che suscitano, in persone che hanno difficoltà a mantenere la consapevolezza di aspetti diversi e contrastanti di una stessa persona. Ne vengono fuori gli stessi squilibri che presto si sono manifestati nel comportamento delle due parti del Visconte.
 
La scissione è un meccanismo di difesa primitivo che può essere dominante in alcune persone, contribuendo a originare un severo disturbo di personalità : l’organizzazione borderline di personalità. In questi casi agisce massicciamente, ma in misura minore, può agire in quelle persone che, pur di non perdere un attaccamento, o aprire un conflitto, tagliano via dalla rappresentazione dell’altro, aspetti disturbanti, in aggiunta negandoli e minimizzando.
 
Qualcuno dirà: “nessuno è perfetto, occorre essere un pò tolleranti, non si può essere così pignoli e sottolineare ciò che no corrisponde alla nostra visione ideale”. Non si tratta di questo, in alcune persone la paura di perdere una relazione o di rinunciarvi per l’evidenza di aspetti che implicano una sorta di capitolazione, una sottomissione acritica, fa sì che entrino in gioco delle difese. Queste sono inefficaci poiché, anzichè difendere la persona, la induce ad accettare aspetti dell’altro incompatibili con una buona relazione.
 
Per semplificare, certe meschinità, certi egoismi, certe insensibilità e tendenze allo sfruttamento, certe prepotenze e critiche gratuite vengono, di volta in volta,  minimizzate, negate e spinte fuori dalla consapevolezza per mantenere buono ciò che buono non è.

Del ribaltamento del significato di un’immagine se si escludono dei particolari,  dà un suggestivo esempio Antonio Tabucchi in “Notturno indiano”. 

«Qualche anno fa ho pubblicato un libro di fotografie», disse Christine. «Era la sequenza di una pellicola, fu stampato molto bene, come piaceva a me, riproduceva anche i denti della pellicola, non aveva didascalie, solo foto. Cominciava con una fotografia che considero la cosa più riuscita della mia carriera, poi gliela manderò se mi lascia il suo indirizzo, era un ingrandimento, la foto riproduceva un giovane negro, solo il busto; una canottiera con una scritta pubblicitaria, un corpo atletico, sul viso l’espressione di un grande sforzo, le mani alzate come in segno di vittoria: sta evidentemente tagliando il traguardo, per esempio i cento metri». Mi guardò con aria un po’ misteriosa, aspettando una mia interlocuzione. «Ebbene?», chiesi io, «dov’è il mistero?». «La seconda fotografia», disse lei. «Era la fotografia per intero. Sulla sinistra c’è un poliziotto vestito da marziano, ha un casco di plexiglas sul viso, gli stivaletti alti, un moschetto imbracciato, gli occhi feroci sotto la sua visiera feroce. Sta sparando al negro. E il negro sta scappando a braccia alzate, ma è già morto: un secondo dopo che io facessi clic era già morto».

L’animale più pericoloso del mondo

“L’animale più pericoloso del mondo” è il titolo di un’esposizione dello Zoo del Bronx (1963)

È facile concordare con questo titolo/dichiarazione, ma continuiamo a considerare squali, orche, coccodrilli, leoni, tigri come feroci predatori perché li filmiamo quando cacciano e si cibano delle loro prede

…un flash… una vista di un mattatoio di maiali, esecuzioni in serie, ferocia organizzata, tutto in ordine.

secondo flash… una ripresa da vicino di una bocca poco educata che addenta uno stinco di maiale ben rosolato, i denti che strappano la carne resa astratta dai tagli della macellazione. L’insieme sarebbe feroce, ma si traduce nella crapulona e innocente immagine della ghiottoneria .

Guardiamo i cosiddetti grandi predatori con occhi da bambini, che temono belve e draghi, i lupi delle favole il ruggito del leone. L’uomo rimuove costantemente la sua pericolosa ferocia, la sua grande potenza distruttiva.

Il mito ci aveva già messi in guardia.  Prometeo offende gli dei rubando il fuoco per regalarlo agli uomini. Prometeo è sottoposto a un supplizio senza fine, finché Ercole non ucciderà con una freccia l’ aquila che lo tormenta. Il fuoco è un dono di energia, servo fedele della tecnica: fonde il ferro, ammorbidisce il vetro, accelera le reazioni chimiche, preannuncia l’esplosione. Ancora la tecnica imbeve di nitrato l’innocente cotone e ne fa un esplosivo. Il fulmicotone, appunto. E l’uomo continua a ricevere dalle mani di un Prometeo altra potenza, la nitroglicerina che Nobel addomestica con farina fossile. La strada degli esplosivi è aperta.

Ma gli uomini hanno già dato prova della loro ferocia: l’assedio per la conquista di Gerusalemme guidato da Goffredo di Buglione nel 1099 costa, secondo alcune stime, 70000 morti ai musulmani. Quali squali, quali leoni e tigri sarebbero stati capaci di tanto e senza armi da fuoco né esplosivi? Solo lance e spade, le protesi di artigli che gli uomini si sono costruiti.

Nella crociata contro i Catari a Beziers furono passate a filo di spada dalle 14.000 alle 20.000 persone. Cifre inarrivabili per quelli che chiamiamo grandi predatori. Ma intanto, l’uomo rapito dai risultati della tecnica e del lavoro dell’intelligenza continua a cercare di rubare altro fuoco agli dei. Non lo cerca più nelle miscele nitriche, nei figli della dinamite e del tritolo. Lo cerca dove non pensava potesse nascondersi tanta forza, in ciò che si considerava indivisibile, l’atomo. Trova il modo di spaccare questo scrigno e ne esce un genio furioso: l’esplosione atomica.

Il 6/8/1945 la prima bomba atomica a Hiroshima produce 140.000 vittime, polverizza e fa dei corpi ombre, come quella rimasta impressa sui gradini della Sumitomo Bank, nota come Human Shadow Etched in Stone. Credo che sia l’esempio più terribile della distruttività umana. Un uomo trasformato per sempre nella sua ombra.

Abbiamo la potenza ma non la saggezza di neutralizzarla, non siamo molto diversi dai crociati, da chi ha preso parte a genocidi, dai burocrati della morte dei lager nazisti… a poca distanza da casa nostra, nella guerra russo ucraina, si stimano 315.000 soldati feriti o uccisi tra i russi. Quanto agli ucraini, il New York Times ha indicato, nell’agosto 2023, 70.000 soldati morti e 100-120.000 feriti.

Ripeto, quanti predatori, squali, orche, leoni, tigri e coccodrilli saprebbero fare altrettanto? Ma gli animali feroci li cerchiamo in quelli dai quali non sapremmo mai difenderci a mani nude.

Ma c’è un nemico più sottile, degno rivale dell’uomo in quanto a capacità di uccidere in massa, è al limite della vita, prima della prima cellula, semplice e rudimentale: i VIRUS. Con la Spagnola sono stati capaci, da stime del 1991 di 30 milioni di morti. In silenzio, senza esplosioni o senza sinistro fungo atomico. L’OMS stima in 14 milioni di morti le vittime del Covid. Per ora non abbiamo questo record, ma nel buio della nostra follia ne abbiamo i mezzi. Conviviamo con arsenali atomici, con ordigni che possono raggiungere velocemente le nostre città. Per questo siamo la specie più pericolosa, perché non riusciamo, al livello di civiltà cui siamo giunti, a rinunciare alla nostra potenza distruttiva negando il pericolo che rappresenta per tutta la specie umana.

I custodi di questa potenza sono uomini che fanno parte, come recita il titolo della Mostra nel Bronx del 1963, della specie più pericolosa.

Il rischio delle diagnosi “di moda”

Capita sempre più frequentemente di trovarsi di fronte a diagnosi di Disturbo Bipolare non correttamente formulate.

Allen Frances, che è stato a capo della task force per il DSMIV, sottolinea in un suo libro pubblicato nel 2013 il rischio delle “diagnosi di moda”. Il libro a cui mi riferisco è “Primo, non curare chi è normale” (Bollati Boringhieri).

Nei casi che giungono alla nostra osservazione,  troviamo spesso le rapide variazioni del tono dell’umore presenti nei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità, assunte come evidenza di un Disturbo Bipolare. Analogamente, i disordini del tono dell’umore che si riscontrano in pazienti dipendenti da cocaina vengono spesso stigmatizzate come Disturbo Bipolare, non tenendo conto che gli stati di eccitazione sono un effetto della cocaina; come la “depressione”, nota come “down”, è ciò che si verifica in seguito alla rarefazione della concentrazione della cocaina nel sangue che sopravviene a una certa distanza di tempo dall’assunzione.

Qual è il problema? Dirà qualcuno.

In primo luogo, una diagnosi sbagliata o sovra determinata è sempre un problema perché ha conseguenze importanti nell’inquadramento del caso e nell’impostazione terapeutica.

Si consideri solo la differenza che intercorre fra un Disturbo Borderline e un Disturbo Bipolare. Nel primo, l'”architetto” della malattia è il sistema di difese immature prevalenti, in particolare la scissione, la proiezione, l’idealizzazione e l’identificazione proiettiva.
Un tale sistema determina una instabilità del tono dell’umore, che è uno dei tratti del corteo di questa sindrome. Ma non è una malattia del tono dell’umore.

L’umore è alterato dalle rappresentazioni scisse con cui il paziente costruisce la sua realtà che lo espone a disillusioni e frustrazioni. Una diagnosi di Disturbo Borderline prevede un intervento psicoterapeutico specifico, come intervento principale mentre i farmaci, per esempio bassi dosaggi di antipsicotici, eventualmente antidepressivi ed eventuali stabilizzatori dell’umore per cercare di regolare l’impulsività rappresentano un complemento, non certo la terapia fondamentale.

Se ci si orienta sulla diagnosi di un Disturbo Bipolare, la terapia principale è rappresentata da Stabilizzatori del tono dell’umore, in prima istanza il Litio, ed eventualmente Olanzapina – considerando che la terapia con Litio, quando la diagnosi è giusta è molto efficace, va mantenuta per molti anni, talora a vita. Eventuali antidepressivi svolgono un’azione complementare in caso di fasi depressive, così come talvolta si rende necessario l’impiego di antipsicotici nelle varianti “con manifestazioni psicotiche”. Si capisce che l’impegno farmacologico ingaggi la diagnosi di Disturbo Bipolare, poiché improvvise interruzioni del trattamento espongono a recidive non sempre facili da mettere in ordine.

Per ragioni di spazio mi limito a descrivere le conseguenze di un tipo di confusione diagnostica, dovendo segnalare che talvolta ci si trova di fronte a pazienti diagnosticati come Borderline e Bipolari. In questi casi, si assiste a carichi farmacologici non guidati da una diagnosi accurata, nella migliore delle ipotesi non necessari, talvolta dannosi. Mi limito a citare il caso del Valproato, che presenta una certa tossicità epatica e, se la sua necessità non è ben comprovata, la sua prescrizione è una manovra inutile e pericolosa.

Guardiamoci dalle mode diagnostiche che seducono perché la “moda” le rinforza, rassicurando cosi gli psichiatri su una diagnosi che sembra sicura, più si diffonde più sembra fondata.

Il paziente incarcerato nel sintomo

L’operazione alla vescica era prevista entro 10 giorni.
Me l’hanno portato per un consulto, a seguito di un consiglio di amici: “Prima di farlo operare, perché non sentite uno psicologo, uno psichiatra..?”
Ed eccoci qua dallo psichiatra. Sono io.
L’antefatto è molto semplice. 

Gianni ha 16 anni ed è un ottimo studente di liceo, con un’espressione sveglia e un tratto di autoironia, spettinato… Così devono essere i ragazzi, con il vento fra i capelli, anche se siamo in città e il più delle volte al chiuso….poco vento. 
La questione è questa: progressivamente, da un paio d’anni, Gianni sente il bisogno compulsivo di fare la pipì, anche se è passato poco tempo dalla precedente minzione. Ciò è disturbante, perché lo ostacola nei suoi movimenti, organizzati sempre secondo una mappa in cui vi siano dei punti per fare la pipì. Tutti, intorno a lui, pensano alla cosa in termini concreti: è un affare del corpo, una questione urologica o chissà quale altro malanno.

Il medico di famiglia si incaglia sull’idea di pollachiuria, che è la definizione materiale e precisa del disturbo. Gianni mi confesserà, in una delle prime sedute, che quella parola, mai sentita prima, gli aveva fatto pensare a una qualche malattia del pollame trasferibile all’uomo, come qualche varietà di aviaria. In quell’occasione ha esibito un sorriso simpaticamente canagliesco e credo che quello sia stato il momento in cui è nata la nostra alleanza terapeutica, come a dire: “Sapevo che c’era di mezzo ben altro, dottore, anche se non so cosa…”. Non ne ho approfittato minimamente. Avrei potuto iniziare a spiegare le cause inconsce di certi disturbi, con il risultato di creare subito una relazione ex cattedra, del tipo “ora ti spiego io”; invece, ho deciso di aprire il nostro percorso su questa sua prima impressione. Era più utile dedicarsi all’alleanza terapeutica.

L’umorismo è un buon grimaldello per le metafore, occorre non essere impazienti. “Eh sì, i termini medici attingono molto al greco ma certi suoni (come polli), hanno un aggancio più forte con il pollame. Anch’io ho trovato comica questa espressione la prima volta che l’ho sentita. Noto che l’ambiguo termine medico ha avviato tutta una serie di indagini: ecografia, urografia, cistoscopia, ma niente di esaustivo finché non si incontra qualcuno che individua una soluzione tanto concreta quanto è stata concreta l’interpretazione del sintomo: un piccolo intervento all’uretra e tutto va a posto!

Esordisco: “So che sei minorenne e i tuoi genitori hanno la patria potestà e possono decidere le tue cure, entro certi limiti però. Dimmi una cosa, vuoi farti operare?”
“Assolutamente no, ma ogni volta che ne parlo i miei genitori non dicono nulla, diventano seri, tacciono e sospirano. Non ha idea di quanto chiasso fanno con questo silenzio.”
“Senti, qua si profila una guerra e in queste situazioni non si può vincere il primo giorno. Cominciamo a guadagnare qualche posizione vantaggiosa. Ho qualche idea sul tuo problema, ma devo fare lo sforzo di non farla diventare dominante, rischierei di perdere altre informazioni, altre prospettive. Quelli che pensano di aver capito tutto subito, molto frequentemente si difendono dall’imbarazzo di non capire il problema che gli viene prospettato”. 
“Come ti sembro?”
“Perché me lo chiede?”
“Perché in questo momento è un’ informazione che implicitamente può influenzarti molto. È bene che impari presto ad essere consapevole delle sensazioni che ti suscito e che me le comunichi, senza preoccupazioni circa una mia reazione, così raccogliamo materiale importante e mi guidi nella nostra esplorazione. Sei tu la fonte di tutte le informazioni”

“Mi sembra…tranquillo”
“È una cosa buona?”
“Beh, sì!”
“Prova a immaginare altri miei stati in cui potrei sembrarti…” 
“Freddo, scostante, annoiato, formale, marchettaro….ansioso, ottuso…”
“Sono belle preoccupazioni, importanti, riguardano la qualità possibile della nostra relazione e tutte mettono in evidenza la preoccupazione di non avere abbastanza valore… marchettaro mi piace, l’onorario, il pagamento della seduta crea un sospetto, ma non credi che sarebbe molto sospetto se ti curassi gratis? Sei sicuro che le parti più oscure di me (le hanno tutti, importante è esserne consapevoli) non richiederebbero un altro tipo di ricompensa? La più semplice? Farti comportare in modi che a me non sono riusciti, oppure, errore comune, stimolare un conflitto con i tuoi genitori per una mia rabbia verso i miei scarsamente elaborata…stai tranquillo, i miei genitori sono morti molti anni fa, ho fatto anche una lunga analisi per chiudere i conti con il passato. Non ho rancori, preferisco considerarmi responsabile di quel che faccio o non riesco a fare, almeno posso tentare di trovare una soluzione.
Allora, adesso la metterò così con i tuoi genitori: dirò loro che, visto quel che ho capito di te, sarebbe meglio aspettare un po’ prima dell’operazione, senza con ciò giudicare negativamente il punto di vista dei colleghi. Occorre un po di preparazione, perché potrebbe crearti dei problemi emotivi non prevedibili. Come ti dicevo, guadagniamo una posizione, una proroga. Ti va?”
“Sì mi va, mi incuriosisce, non so come farà a convincere i miei genitori, sono così ansiosi di trovare una soluzione…”
“…che qualunque soluzione rischia di andare bene”.

Non è stato difficile convincere i genitori mettendomi in linea con loro. Non ho espresso obiezioni riguardo l’operazione, data la sede, l’età, l’organo interessato, la sensibilità di Gianni… era necessario prepararlo. Chiedevo 3 mesi di attesa. Tenendo conto che stavano per finire le scuole era ormai caldo ed era meglio aspettare settembre ottobre.

In prossimità del commiato ho lasciato cadere lì:
“È una cosa ben strana la pipì. Qualche collegamento con le nostre emozioni ce l’ha, pensate all’ espressione – ha riso tanto che se l’è fatta addosso – oppure – si è fatto la pipì addosso per lo spavento.. Cosa ben strana no?
Ho citato la paura e le risate, cose non colpevolizzanti, non ho lontanamente accennato a quello che avevo in mente, scaturito dal controllo che madre e padre esercitavano sul comportamento del figlio davanti a me, nella prima parte del colloquio, tutti insieme. Basti un solo esempio. Quando gli ho chiesto degli studi, Gianni mi ha detto che faceva lo stesso liceo di mia figlia, che non frequentava ma che conosceva. Il padre è subito intervenuto: “Non ti sembra poco educato parlare di cose confidenziali del dottore…”
“Niente di grave, Gianni è un problema se conosci di vista mia figlia?”
“No, mi sembra qualcosa che la fa sentire meno estraneo e poi sua figlia ora è all’università, non l’ho più vista”.
“Bene, tutto tranquillo allora?”

Dove ho individuato la rabbia?

Dentro di me.
Ho trovato il rimprovero del padre invadente, soffocante, ho sentito che ho dovuto reprimere il desiderio di dire “Ma lo lasci stare!!” 
Non l’ho fatto, ma ho pensato che fosse lo stesso pensiero che aveva in mente Gianni. Un’informazione capitale.

Nel colloquio sui disturbi, era pronta una trappola offerta dalla lettura di Freud. Mi riferisco a “L’acquisizione del fuoco” (1931). La psicoanalisi è un modello e le interpretazioni devono essere ben meditate, non le si può prendere dalla letteratura forzandole come una tessera sbagliata di un puzzle.

Gianni non tratteneva l’impulso a urinare, anticipava la possibilità di provare un impulso irrefrenabile, o pensato come tale. Che racconto ci permette di abbozzare?  Cosa abbiamo da mettere sul tavolo? Genitori controllanti e limitanti. Gianni è sempre stato un buon ragazzo, quelli da “nessuna preoccupazione”. La prima è arrivata con questa cosa della pipì.

Come si collocano le frequenti minzioni nella relazione Gianni genitori?
Sono occasione per i genitori di provare per la prima volta frustrazione, disagio e preoccupazione per un comportamento del figlio che magari ha anche attivato in loro il sospetto che “se volesse” potrebbe evitare.

Sono ricorsi alla malattia per calmare il loro disappunto, ma questo rientra dalla finestra perché sono disposti ad autorizzare un intervento chirurgico… una bella legale, medica, asettica coltellata, se vogliamo ragionare per simboli.
Cosa cerca di fare Gianni con tutte quelle minzioni a breve distanza?

Partiamo dalla risposta più semplice: sembra che voglia evitare di riempirsi la vescica, di arrivare al punto in cui non potrà più controllarsi ed emettere un getto in un momento (in)appropriato. Abbiamo ragionato sulle formule di linguaggio in cui si usa la pipi, abbiamo visto urinare per la paura, urinare da tanto ridere, ma si dice anche urinare su qualcuno o qualcosa per disprezzo e perché no spegnere un fuoco laddove si attribuisca al fuoco un significato di potere, di forza, il fallo del padre, perché no…e la vergogna di pisciarsi addosso perché non riesci più a trattenerti? E la Sindrome da chiavistello? Vale a dire sentire un desiderio imperioso di fare la pipì quando stiamo per aprire la porta di casa armeggiando più goffamente del solito con le chiavi. C’è in gioco ciò che circola nella mente. 

Ora proviamo a cambiare prospettiva. Le azioni pensate, rappresentate, attivano i neuroni specchio, attivano la rappresentazione incarnata, ciò accade senza che se ne abbia nozione, è una attivazione senza azione e permette di cogliere il significato di un gesto. A quel punto, il significato si appropria del gesto e tutto quel che si fa, lo si fa per ciò che profondamente rappresenta.
Ogni gesto è un apprendimento.
Ogni ripetizione è un incremento dell’apprendimento.
L’apprendimento, quando è solido, sprofonda nell’inconscio, entra nel vasto magazzino delle nostre attività che facciamo “senza pensare a come si fa”: guidare, andare in bicicletta, nuotare, ecc.
È stato necessario agganciare il comportamento relativo alla minzione al sentimento che Gianni, solo Gianni – non io – considerava più coerente.
Ci siamo arrivati lentamente.
La prima ad arrivare è stata la paura.
“Non so bene perché, ma quel che faccio mi sembra che c’entri con la paura…”, diceva Gianni.
” Facciamo girare il disco, paura di…. con che cosa si associa in maniera per te convincente?” Ci è arrivato indirettamente cambiando discorso.
“Non so di cosa ho paura… Credo di aver paura di quello che tutti temono, le malattie, la morte, la sfiga, il fallimento, la solitudine, la perdita delle persone care…”
“Ci sono diversi modi di perdere le persone care. Non c’è solo la morte, c’è la perdita del loro amore, l’abbandono… come la vedi? Come ci si può difendere?”
Qui viene fuori un fossile, un tema infantile:
“Comportandosi bene…”
“Dunque quelli che fanno i bravi non vengono mai abbandonati?”
“Mi sembra un buon modo per mettersi al sicuro…”
“E qual è il criterio per definire il comportarsi bene?”
Fare quello che si aspettano da te
“La cogli la disparità della relazione, come dire che c’è qualcuno che ti vuole bene fintanto che fai quello che lui/loro si aspettano da te. Come la vedi una relazione così?”
“Un po’ costrittiva…”
“E quando si è costretti sempre a fare ciò che vogliono gli altri cosa ci succede?”
“…che dopo un pò ci arrabbiamo…”
“E secondo te provare rabbia ci rende sereni?”
“Beh dipende da con chi ce l’hai, per esempio con i professori mi capita di arrabbiarmi…”
“E cosa fai…?
“Niente.”
“Niente?”
“Perché ci sarebbero delle conseguenze, mi butterebbero fuori..”
“Ancora essere allontanato….”
“Ti pare abbia senso il legame fra rabbia e previsione di essere allontanato, abbandonato….?
“Si è quello che mi aspetto se faccio casino”
“Anche in casa…”
“…In casa evito di arrabbiarmi, perché ho visto come mio padre si arrabbia con suo padre…brutto…”
“E come fai?”
“Cerco di non far montare troppo la mia rabbia, mi allontano, vado in bagno, vado nella mia stanza e cerco di calmarmi… Cerco di pensare ad altro o, altre volte, penso a cosa avrei voluto dire, mi immagino la scena e dopo un po’ mi calmo ..”
” … Insomma hai trovato un modo per scaricare un po’ la rabbia prima che ce ne sia troppa”
Proseguo
“Hai detto vado in bagno….”
“Sì, vado a fare pipì…anche se non mi scappa…”
“Scarichi insomma… quel che c’è. Certo che fra trattenere la pipi e scaricarne un po’ c’è differenza… trattenere è uno sforzo, scaricare è un sollievo.”
Anche qui sulla scorta di Freud avrei potuto dire che trattenere la pipi era un atto di inizio della civiltà una rinuncia, al piacere uretrale e allo spegnimento del fuoco. So che mi avrebbe sentito scolastico e trombone.
” …Sì, poi mi sento un po’ più tranquillo”
“Mettiamola così: fare la pipì può essere diventata per te una manovra che ti dà la sensazione di ridurre la tensione interna nella la vescica, prima che si senta troppo. In effetti, ci sono tante sfumature di comportamento riguardo al fare la pipì anche se non è impellente: molti la fanno in ogni caso prima di uscire di casa, prima che inizi un film, prima che inizi la chiamata al gate dell’aeroporto, prima della seduta e così via. Il marcatore di questo comportamento è che si fa per prevenire qualcosa, anche poco importante – tipo doverti alzare durante la proiezione di un film -. Niente di grave, ma ti fa sentire più tranquillo, a posto. Non sempre sono in gioco forti emozioni, spesso non ci sono, ma nel tuo caso mi sembra che sia una sorta di rituale ….per non scoppiare… sì, non scoppiare… di rabbia.”
Siamo ritornati più volte nelle sedute successive ad esplorare questa pipì fatta senza un bisogno ben percepito e abbiamo sviluppato dei racconti, narrazioni, destinati ad arricchire la consapevolezza dei significati e degli effetti ricercati in quel gesto.
Qualche volta in maniera un pò da conversazione da bar:
” ….C’è chi si calma fumando una sigaretta dietro l’altra, tu magari calmi qualcosa con una pipì dietro l’ altra…de gustibus….”
Con questo lavoro è stato quasi naturale per Gianni accettare di osservare e sentire altro nel suo corpo che non fosse la pipì e il sintomo.

In capo ad alcuni mesi, il sintomo ha cominciato a ritirarsi come un ghiacciaio, divenendo progressivamente meno frequente e, questo movimento, ha dato ai genitori la sensazione che stesse succedendo qualcosa di buono. A loro modo, senza parlarne più, abbandonarono l’idea dell’intervento.

Devo dire che il tramonto del sintomo ha segnato l’inizio di una terapia più profonda e complessa, quella relativa alle cognizioni negative, implicite su di sé, che aveva sviluppato per compiacere genitori troppo controllanti. Si trattava ora di affrontare gli effetti che tutto ciò che aveva vissuto in famiglia aveva generato nelle relazioni extrafamiliari.

Qualche parola sulla tecnica.
Quando un paziente è incarcerato in un sintomo fa molta fatica ad accogliere spiegazioni, nuove prospettive, decifrazione di simboli perché il sintomo è
“cognitivamente ingombrante”, fa passare poco. 

Fermo restando che i dialoghi sono stati caratterizzati da chiarificazioni di ciò che Gianni diceva e da confrontazioni o quesiti di approfondimento, direi che la strategia generale era simile ad algoritmi, vale a dire spezzettare il problema grande in sotto problemi più piccoli, di più facile soluzione.
In altre parole occorre fare questo sforzo: devo mostrargli quel pezzetto del problema grande che è in grado di capire e di risolvere
Ogni volta un piccolo passo.
Non dobbiamo innestare soluzioni, tutt’al più testare se un piccolo suggerimento favorisce la ricerca della soluzione. Procedere così, pezzetto per pezzetto.
L’inconscio si nasconde bene, soprattutto, la parte extraverbale, che ha funzionato per millenni prima che imparassimo a parlare.
 
Occorre far diventare parole ciò che si è bloccato in un gesto simbolico, sia esso un sintomo, che un insieme di comportamenti a pilota automatico. 

Sulla guerra

In questi giorni, i quotidiani e i notiziari ci portano notizie di morte e distruzione. 
C’è una guerra in Ucraina, molto vicina a noi, né è molto lontano ciò che accade in medio oriente. Si parla di morte e distruzione. Perché si giunge a questo? Ma davvero possiamo pensare di aver raggiunto un livello accettabile di civilizzazione? Dalla guerra in Ucraina, al 7 ottobre 2023 in Israele e le conseguenze che ne sono seguite, civiltà, civilizzazione, stati di diritto sembrano espressioni vuote.

Freud scriveva in “Alcune considerazioni sulla guerra e sulla morte”:
“Lo Stato in guerra ritiene per sé lecite ingiustizie e violenze che disonorerebbero l’individuo singolo.”
È questo il punto, la considerazione che sta sotto gli occhi di tutti, ma che non viene presa in considerazione in tutta la sua assurdità. Se il singolo, nel corso di una riunione di condominio molto conflittuale, decidesse di uccidere il suo contendente compirebbe un reato gravissimo sanzionato con pene severe. Uno stato in conflitto con un altro stato vicino può “legittimamente” attaccarlo, uccidere e distruggere. Gli Stati impegnati al loro interno a far rispettare leggi di ogni genere, possono decidere impunemente di uccidere. Come si può conciliare questa doppia morale? Come si può accettare che coloro i quali detengono il potere possano violare le leggi morali e giuridiche di cui essi stessi garantiscono l’applicazione?
Scrive ancora Freud:
“Due fatti hanno suscitato in questa guerra la nostra delusione: la scarsa moralità verso l’esterno di quegli Stati che all’interno si erigono a custodi delle norme morali, e la brutalità del comportamento di quei singoli individui che, in quanto membri della più progredita civiltà umana, non ci saremmo aspettati capaci di tanto”. 
(Freud S. Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte. 1915. Bollati Boringhieri 1975). 

C’è qualcosa negli uomini che accade quando si fanno moltitudine guidata da un capo, qualcosa che ha a che fare con aspetti primitivi, che mai si estinguono. Restano nascosti e si fanno sentire o si manifestano in versioni minori, più o meno mimetizzate, che rivelano la pulsione a uccidere nascosta in tutti noi. Si pensi all’ espressione Reggiana “Ch’a ‘t vegna ‘n cancher” (che ti venga un cancro) emerge come un geiser da profondi e antichi desideri di morte per chi ci offende. Come nei film polizieschi espressioni di questo tipo sono impronte digitali di un istinto a uccidere.
“Non uccidere!”
Scrive Freud:
“Una proibizione così imperiosa può soltanto esser rivolta contro un impulso altrettanto forte. Ciò a cui nessun essere umano aspira, non c’è bisogno di interdirlo, poiché si esclude da sé. Proprio la imperiosità del comando “non uccidere” ci dà la certezza di discendere da una serie lunghissima di generazioni di assassini i quali avevano nel sangue, come forse ancora abbiamo noi stessi, la voglia di uccidere”. 

E la si osserva negli scontri fra tifosi, fra gang urbane, nel femminicidio, nelle liti per il traffico, nelle risse da discoteca. L’impulso è quello di distruggere, uccidere il rivale. Colui che abbiamo eletto, talvolta in un tempo brevissimo come l’oggetto del nostro odio, l’oggetto da distruggere. Dovremmo, nei sistemi educativi dei giovani, prevedere di individuare tutte le mimetizzazioni dell’aggressività, per costruire una generazione che trovi insensato ed abominevole colpire il prossimo, perché ama cose diverse da quelle che amiamo, pensa cose diverse da quelle che pensiamo,
Ricordandoci con Freud che :
il nostro inconscio uccide anche per piccolezze; come l’antica legislazione ateniese di Dracone, non conosce per i delitti altra pena che la morte, e questo con una certa sua consequenzialità logica, dato che ogni torto recato al nostro onnipotente e autocratico Io è in fin dei conti un crimen laesae maiestatis.

Einstein nella lettera a Freud del 30 Luglio del 1932 si interroga:
Com’è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti (stampa, scuola , radio – N.d.A.) fino al furore e all’olocausto di sé? Una sola risposta s’impone: perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva.
E propone una soluzione:
Gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro. Ogni Stato si assuma l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni.

Ma c’è una difficoltà:
Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s’avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di imporre il rispetto del proprio ideale legalitario. 
La ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale.
È su questo che occorre meditare. Nel disegno di uno stato che si voglia considerare democratico, ogni potere deve essere controbilanciato da un potere altrettanto forte. Abbiamo ancora molta strada da fare, ma occorre educarci ed educare che ogni conferimento di potere acriticamente consegnato contiene l’insidia di impulsi primitivi mai neutralizzabili, ove l’irrazionalità regna sovrana come la storia ci ha tragicamente insegnato. 

Occorre una vera educazione alla non violenza.

Il potere del sentire: comprendere i giovani tra empatia e ascolto profondo

Da “L’ idea pericolosa di Darwin : l’evoluzione e i significati della vita” di David Dennet (Boringhieri) leggo:
 
“Vi è mai venuto in mente quanto siete fortunati a essere vivi? Più del 99 per cento delle creature vissute sulla Terra sono morte senza progenie, ma neanche uno dei vostri antenati rientra in questa categoria! Da quale magnifica stirpe di vincitori discendete! (Naturalmente, questo è altrettanto vero per ogni cirripede, ogni filo d’erba e ogni mosca)… neanche uno solo dei vostri antenati, ritornando indietro fino ai batteri, fu sopraffatto dai predatori prima di riprodursi né perse nella gara per conquistarsi un compagno. Naturalmente, è vero che l’evoluzione spiega tutte le caratteristiche che avete ereditato dai vostri antenati, ma non spiegando perché voi siete tanto fortunati da possederle”.
 
È un pensiero che dà le vertigini
 
Quando giriamo per la città e guardiamo i nostri simili, alle prese con le varie faccende quotidiane, siamo al cospetto di membri di una stirpe di “vincitori”… e non ne siamo consapevoli. Forse ne abbiamo una vaga nozione in quella quota di narcisismo presente in ognuno di noi, che si estende fino a farci negare la nostra morte – forse, saremo i primi immortali, pensa come ci è andata bene finora! Questa osservazione di Dennet ha a che fare con il significato della vita. Ma è una cosa a cui pensiamo poco, distratti da una miriade di cose che sembrano aver per noi significato. 
 
Come un algoritmo, scomponiamo il processo in un elevatissimo numero di micro-processi che lo compongono, ognuno dei quali ci guida verso la soluzione, senza bisogno di una mente o di alcuna intelligenza. Troppo tempo della nostra vita è dedicato a funzionare come un algoritmo, pezzetti infinitesimali di un progetto che non conosceremo mai, remotamente intrinseco come il disporsi di certi cristalli. Però potremmo impiegare l’osservazione di Dennet per riconoscere il valore di quel che c’è e, in forza di questo pensiero, tutelarlo, proteggerlo. Forse ci consideriamo figli del caso e allora consideriamo la nostra esistenza come la vittoria di un torneo di lancio della moneta, organizzato come un torneo di tennis (un esempio semplice di algoritmo): il vincitore è quello che ogni volta ha avuto la risposta vincente dal lancio della moneta. C’è un valore? C’è un talento? Qualcuno può anche inventarselo, ma ci troviamo di fronte al frutto del caso (troppo simile al suo anagramma: caos). Se ci crediamo figli del caos neghiamo ogni valore. Ma per vivere degnamente la vita dovremmo riconoscerle un valore, un senso. Dovremmo ogni volta evadere dalla catena di condizioni casuali, dal pilota automatico e compiere un atto consapevole, un atto in cui sia in gioco la volontà. Tutto ciò che avviene nel grande flusso della vita e del processo evolutivo ci rende parcelle minime di un ignoto algoritmo, se non proviamo ad accostarci con volontà alla riva di questo fiume, contemplando e contemplandoci. 
 
Perché scrivo tutto questo? Perché nel mio lavoro in contatto con il disagio giovanile, nelle sue forme più aspre ho una sempre più frequente impressione di trovarmi di fronte ad esistenze schiacciate dalla difficoltà di trovare un senso. Molti, troppi, spengono o alterano i sensi per entrare in un automatismo di vita meno impegnativo, nell’illusione del piacere; altri all’opposto si ritirano dalla vita di relazione e diventano appendici di nuovi algoritmi trovati in rete, videogiochi e social. Direi questo “Ragazzi, il fatto che voi esistiate – sì, proprio voi -, è un evento eccezionale! Anche se fosse stata una lotteria, è sempre un buon affare rispetto al nulla. Approfittatene!”
 
Così continua il mio discorso sulla scorta di Dennet. 
Bastassero le esortazioni e gli incitamenti, non sono che variazioni delle prediche e ne condividono la scarsa efficacia. Il lavoro difficile con i giovani è un ascolto che deve avvalersi di una genuina empatia. Vanno evitati confronti con la propria giovinezza (manovra rozzissima e ostacolante) e va evitata la precipitazione di ricerche di soluzioni. Il problema che mi sono posto è il seguente: come faccio a capire la loro esperienza, la loro speciale esperienza di essere quegli io così in difficoltà, così sofferenti? Come tutti coloro che si occupano di disagio psichico, inizialmente mi sono concentrato sui racconti, spesso scarni e poco informativi, ai fini di un aiuto. Poi mi sono detto: loro, come me, fanno esperienza della vita solo attraverso ciò che pensano, o c’è un sentire che viene prima? Che non è semplicemente sentire la sofferenza? Quella è già una ricostruzione della mente. C’è un sentire che nasce nel corpo, che riguarda i miliardi di adattamenti che tutti i nostri tessuti, le nostre cellule, mettono in atto quando avvertono, fuori da qualsiasi possibilità descrittiva del linguaggio, quando esiste una minaccia. Provo a spiegarmi meglio. 
 
– . – . – . – . – . – 
 
Beatrice non ha mai avuto necessità di sollecitazioni a parlare e descrivere. 
Fin dai primi incontri, mi ha parlato della schiavitù del suo controllo sul cibo, della sua ostinazione al perfezionismo. Non era reticente su nulla, ma io la sentivo tale. Qualcosa mancava sempre. Decido di interromperla mentre mi racconta le sue difficoltà: 
“Cosa sente?”
“Come, cosa sento?”
“Sì proprio così, cosa sente?”
“Niente…”
Mi accorgo che le avevo fatto la domanda più difficile che avrei potuto farle, non perché non sentisse niente, ma perché non sapeva dove cercare la risposta. Stava nel suo corpo che da anni escludeva dalla sua esperienza.
Le faccio notare che teneva una mano sullo stomaco e le chiedo com’ è lì, sotto la mano. Mi risponde in modo sottilmente di traverso: “È contratto!”
“Sì, ma io le ho chiesto cosa sente, non com’è….”
“Fa male…”
“Può allentare la contrazione? “
“Sì, posso, ma così sento lo stomaco e non voglio…”
“Bene ,dico, mi faccia provare”. E inizio a contrarre gli addominali,
Rimaniamo qualche secondo in silenzio e poi scoppia a ridere:
” Sembra un pupazzo…”
“È veramente faticoso stare seduti con gli addominali contratti… Se fa tutta questa fatica, ci deve essere un qualche vantaggio. Lo esamineremo a partire da una considerazione elementare: si sente più al sicuro con l’addome contratto?
“Sì, non sento lo stomaco, e sento che tengo tutto sotto controllo….”
“Nonostante il male che mi ha detto di non sentire?”
“Preferisco quello a sentire lo stomaco, non voglio sentire la fame né sentirmi piena…”
“Ma la fame è la segnalazione di un bisogno… normale. La sazietà ne è la soluzione…”
“Io non voglio sentire nessun bisogno, non voglio…”
“Credo che ci siamo avvicinati alla soglia del problema, lei vorrebbe vivere esentata dai bisogni, ma le cose tra noi viventi non funzionano così. Tutti abbiamo un bisogno e su quello regoliamo i nostri comportamenti per assicurarci degli stati di tranquillità e addirittura di piacere”.
“Il piacere non mi interessa, voglio essere lasciata in pace”
“Ciò che dice sembra far entrare in questa stanza altri personaggi…”
“Non voglio stare a tavola con i miei familiari, c’è troppa tensione… non vedo l’ ora di andarmene non sopporto di dipendere da loro. ” 
Qui le escono le prime lacrime e una richiesta di aiuto improvvisa. 
“Mi aiuti a sentire quello che devo sentire… non sento niente, non so se una cosa è bella o brutta, se una situazione è divertente o meno. Conosco solo quello che si deve fare, non so perché dovrebbe essere piacevole ascoltare una musica”. 
“Perché poco o tanto parla al nostro corpo, lo invita a muoversi e ciò risulta piacevole….ma ci arriveremo…”. 
 
Questa è una delle tipologie di difficoltà che descrivono lo stato dei giovani. Si capisce da questo breve esempio che questi problemi non si risolvono con sollecitazioni a fare ma vanno accompagnati a “sentire”, riprendendo un percorso di funzione materna che qualcosa ha interrotto. Quando mettiamo le mani sul sentire senza linguaggio ci troviamo nel terreno dell’inconscio che rappresenta nel corpo le sue vicissitudini facendone un luogo di metafore. In fondo, le prime famose pazienti di Freud non si sono rivolte a lui per disturbi fisici persistenti? Il corpo parla quando le esperienze non sono state immagazzinate attraverso il linguaggio
 
Ne scrive anche Cormac Mc Carthy in “Stella Maris”: e all’inconscio non piace parlarci per via dei suoi milioni di anni di storia priva di linguaggio? 
“Sì. Risolve problemi ed è perfettamente in grado di suggerirci le risposte. Ma delle abitudini vecchie di un milione di anni sono dure a morire. Potrebbe facilmente dire: Kekulé, è un c***o di anello. Ma a quanto pare gli è più comodo abbozzare un uroboro e arrotolarlo nel cranio di Kekulé mentre sonnecchia davanti al fuoco. Per questo i nostri sogni sono pieni di drammi e metafore. Non so cosa simboleggi l’uroboro. Simboleggia la configurazione della molecola di benzene. 
 
Non è importante. 
Parole difficili.

L’ostacolo

Del delitto di Paderno Dugnano non sappiamo ancora nulla. Dunque, poco di fondato si può dire. Tuttavia, si presenta l’ occasione per riflettere su una frase riportata dai giornali, secondo cui il giovane avrebbe ucciso tutti i suoi familiari perché “si sentiva soffocare”. Si potrebbe dire che è un delitto scaturito dalla credenza che tutto dipenda dai genitori e dalla famiglia più in generale. Possiamo ipotizzare il costituirsi di una credenza che costantemente attribuisce ai genitori il potere di essere la causa di tutto ciò che ostacola il conseguimento di una vita soddisfacente. 

È l’ altra faccia della medaglia che rappresenta la fantasia che dei buoni genitori dovrebbero essere la fonte di ogni bene. 
Con questo costrutto ci si libera da ogni responsabilità circa la realizzazione di una vita appagante. La propria impotenza nei confronti della vita viene negata con l’identificazione di un ostacolo che ha la funzione di spiegare tutto: i genitori vengono deumanizzati e non gli vengono riconosciuti tratti specifici. Non necessariamente si deve pensare a genitori autoritari, anaffettivi, usi a provvedimenti educativi abusanti. È qualcosa di più sottile e pericoloso, è il tema dell’ostacolo. È il costituirsi di questa attribuzione deumanizzante ad alimentare la rabbia fredda e costante che, con tratti paranoici, vede in tutte le azioni compiute dai genitori la conferma che essi sono solo un ostacolo. Il passo dalla rabbia costante all’odio è breve
 
L’olocausto degli ebrei nel ‘900 aveva come radice fondante l’idea che fossero un ostacolo alla prosperità, alla onestà dei commerci, alla salute. Molti genocidi hanno nel complesso sistema causale l’idea che una certa etnia sia un ostacolo. Il più famoso parricidio della storia nasce dall’ostacolo che Edipo ha incontrato incrociando il padre in uno stretto varco. Numerosi omicidi dei genitori vengono compiuti da adolescenti e non si può non considerare che, in questo cruciale periodo, le sinapsi dei lobi frontali si riducono drasticamente, con conseguente riduzione della capacità di governare gli impulsi e le emozioni riflettendo sulle proprie intenzioni. È proprio in questo periodo che deve iniziare quel processo di separazione – individuazione che prevede una progressiva emancipazione dai genitori e una progressiva responsabilizzazione circa la propria vita. Quando un figlio pensa che i genitori siano di OSTACOLO, quando li definisce soffocanti, è perché scambia e nega i propri profondi bisogni di dipendenza. Certo, non riuscire a superare la propria dipendenza è vivere un ostacolo che, tuttavia, non è posto dai genitori, bensì dalla scarsità di risorse emancipative. 
 
Come a voler dire “il bisogno che ho di loro è un ostacolo alla mia realizzazione”. 
La soluzione, quindi, è eliminare l’ostacolo.

Il secondo principio della Termodinamica ci riguarda davvero?

“In pratica, dal 1700 a oggi, per fare spazio ai nostri bisogni abbiamo tagliato 1 miliardo e 800 milioni di ettari di foresta; un po’ meno di due volte la superficie degli Stati Uniti, per continuare a utilizzare questa unità di misura”. Prendo questa frase dal libro “Fitopolis. La città vivente” di Stefano Mancuso, di cui raccomando la lettura, per mitigare la nostra indifferenza e ignoranza riguardo all’ambiente e sviluppare una consapevole coscienza ecologica. 

Partirò da un piccolo ripasso della seconda legge della Termodinamica. Nessuno si spaventi, non voglio scrivere di formule e numeri; bensì, voglio parlare di una legge che non è stata scritta dagli uomini, ma solo scoperta, che coinvolge tutto l’universo e che ha molto a che fare con il rapporto uomo – ambiente.

Recita così:
“Il secondo principio (della termodinamica, ndr.) riguarda la direzione dei processi termodinamici e introduce il concetto di entropia. Esso sostiene che, in un sistema isolato, l’entropia, o il grado di disordine, tende sempre ad aumentare, limitando così la direzione dei processi spontanei.” Ciò significa che in un sistema termodinamico c’è una inevitabile scambio di energia con l’esterno che crea entropia, ovvero un disordine che non consente a quel sistema, ad un certo punto, di funzionare. E non si può tornare indietro. Il culmine della crescita dell’entropia in una cellula è la sua morte. Per questa ragione, le cellule devono mantenere un equilibrio termodinamico: consumano energia e materia e devono trarre materia dall’ambiente. Per lo stesso motivo, ovvero per mantenere il loro stato di equilibrio, gli esseri viventi respirano e si nutrono; hanno bisogno di prendere dal mondo esterno ossigeno, acqua, materiali nutritivi (aminoacidi, sodio, potassio, cloro, ferro, calcio, etc.) per autoripararsi e far funzionare i processi biochimici. Al contempo scaricano ciò che non serve: la CO2 attraverso la respirazione, i metaboliti con le urine e prodotti non utili al nutrimento con le feci. Queste ultime hanno maggiore entropia rispetto al cibo, causando più disordine. 

Arrivati qui si potrebbe dire che la vita è tutta una lotta contro il secondo principio della Termodinamica, un’opposizione costante all’entropia, una lotta contro il disordine. Ma c’è un problema: la cellula vivente non lotta contro l’entropia, che è il presupposto essenziale per mantenere la vita. Ci prendiamo quel che serve, spensieratamente: disboschiamo per avere terre coltivabili, peschiamo con idrovore, alleviamo animali intensivamente senza ricordarci che anch’essi partecipano allo sfruttamento delle fonti anti-antropiche. Da “Fitopolis”: riserviamo il 77% delle terre destinate alla produzione di alimenti agli allevamenti animali, i quali producono soltanto il 18% delle calorie destinate all’umanità! È davvero necessario? È sostenibile, o soltanto vagamente immaginabile, che una specie dotata di intelligenza utilizzi una superficie pari a quattro volte l’estensione degli Stati Uniti, per produrre il 18% delle calorie? Insomma, insoddisfatti dei materiali che avevamo a disposizione su questo Pianeta ne abbiamo inventati altri, come la plastica che per ora non si riesce a smaltire e che addirittura, per effetto delle correnti marine, ha costituito nel nord del Pacifico un’isola di rifiuti grande 3 volte la Francia! Ma non finisce qui la corsa della plastica verso l’ entropia: questo materiale si scompone in microplastiche che attaccano le speci marine e sono state scoperte anche nella composizione del plasma umano! A raccogliere la prima prova di ciò, è la ricerca condotta nei Paesi Bassi e coordinata dalla Vrije Universiteit di Amsterdam. I risultati, pubblicati sulla rivista Environment International, sono stati ottenuti dal gruppo di lavoro guidato dalla ecotossicologa Heather Leslie e dalla chimica Marja Lamoree, nell’ambito del progetto Immunoplast. Convinti di aver trovato una materia miracolosa per creare bottiglie, giocattoli, contenitori, parti di automobili, ecc. non ci siamo accorti di aver aggiunto un mezzo che può accelerare la nostra entropia.

Questi atteggiamenti sono imputabili alla perdita di contatto con la natura. Cito sempre riporto da “Fitopolis”: prima del 1600, si stima che la quota della popolazione mondiale che viveva in contesti urbani non raggiungesse il 5%. Nel 1800 questa quota raggiunse il 7%; e nel 1900 era aumentata al 16%22. Oggi siamo intorno al 55% e procediamo speditamente verso un mondo in cui l’uomo vivrà quasi esclusivamente in ambienti urbani. Quando pensiamo all’ ambiente, avendo perso il contatto con la natura, facciamo sempre dei ragionamenti parziali, incapaci di allargare il nostro modo di ragionare. Ma il modo di ragionare alto degli esseri umani non è seriale, vale a dire, una volta individuato un obiettivo si procede passo dopo passo, come a svolgere un’equazione polarizzati solo sul risultato, con enormi paraocchi che celano altre essenziali preoccupazioni. La mente umana è capace di ragionare in serie ma (e questo è il suo miracolo) trascina con sé ragionamenti in parallelo che esplorano altri risultati e conseguenze. A ciò contribuiscono le coloriture emotive che accompagnano le valutazioni in parallelo, permettendo di fare scelte integrate. Dall’Illuminismo, il lume della ragione non è del tutto acceso e si tratta di una fioca luce che non illumina tutto l’agire umano. Quando un’azienda sviluppa un nuovo prodotto dovremmo collettivamente fare lo sforzo, a vari livelli – sociale, scientifico, istituzionale – di vedere tutti gli effetti di quel nuovo prodotto, attraverso un pensiero eccentrico. Questo perché il nostro sistema di vita aumenta drammaticamente e progressivamente l’entropia dell’ambiente. E non si torna indietro.

In fondo non è diverso da ciò che si legge in “Le illusioni della certezza” di Siri Hustvedt: “Nella sua introduzione alla Struttura delle rivoluzioni scientifiche, Thomas Kuhn affermò che nessun gruppo di scienziati potrebbe lavorare senza «un qualche insieme di credenze ricevute» su come è fatto il mondo. Sosteneva che, prima di poter fare qualsiasi ricerca, ogni comunità scientifica dovesse aver trovato un accordo sulle risposte a un certo numero di questioni fondamentali sul mondo e che queste risposte fossero radicate nelle istituzioni che formano gli scienziati”. 

Le altalene di sera

A passeggio nel parco, vedo dei bambini sulle altalene, ridono, gridano… anche i genitori sono contenti di questo innocuo gioco. Sembra un’immagine certa di felicità. 

Molti non sanno dell’ombra scura che sta dietro le altalene. È quella che ho sempre presentito la sera, portando il cane a fare la sua passeggiata di fine giornata, quando un refolo di vento imprime una lieve oscillazione alle altalene vuote e si ode un mesto cigolio. Quasi un’immagine sinistra. Da dove arriva?

Nell’antica Grecia si celebravano dei riti in onore di Erigone, chiamati “Aletis” (dal suo soprannome “la vagabonda” o “mente inquieta”), per cercare di placare la sua ira. Erigone era la figlia di Icario, il quale aveva ricevuto da Dioniso il dono della vite e il segreto del vino. Tuttavia, dopo aver fatto assaggiare il vino ai pastori e contadini, questi, credendo di essere stati avvelenati a causa dell’ebbrezza, uccisero Icario a bastonate. Quando Erigone trovò il cadavere del padre, disperata, decise di impiccarsi, ma prima lanciò una maledizione su Atene, causando la follia delle giovani ragazze, che finivano per impiccarsi. Secondo altre fonti, fu lo stesso Dioniso, innamorato di Erigone, a scagliare la maledizione.

Nel corso dei giochi di Aletis le giovani, nell’età del passaggio dalla pubertà all’adolescenza, si dondolavano su altalene appese agli alberi, dopo aver bevuto vino e miele. Forse le odierne altalene conservano lo spirito di quei tempi lontani quando si pensava di placare l’ira trasformandola in un gioco, rinnovando la magia della trasformazione di un fatto in metafora e simbolo. Ma questo si può cogliere solo la notte, quando la luce non rende abbagliante la realtà e dà vita a ombre nascoste.

L’attrazione per il genere crime 

Perché ci attrae il genere crime, i film violenti e i racconti inchieste sui delitti?

La nostra esperienza del vivere non è tutta cosciente. Siamo consapevoli delle cose che ci servono al momento, guidati dall’antenna rappresentata dal complesso corpo mente, che in gran parte riguarda operazioni ormai automatizzate, eseguite da un nostro interno pilota automatico. Andiamo in bicicletta attraverso un automatismo procedurale di equilibrio e reazioni motorie che non ci sono affatto coscienti, così guidiamo la macchina e facciamo tante cose pensando ad altro. Ma anche qui, che ne facciamo dei nostri pensieri?

Passano, come in un viale pieno di vetrine, qualcuno più invadente cerchiamo di scacciarlo, ad alcune cose dobbiamo pensare per forza, perché dobbiamo trovare una soluzione, molte cose le dimentichiamo e non ne fissiamo la traccia emotiva, così si riduce il volume della nostra esperienza. Talvolta con rammarico pensiamo a momenti felici, li ricordiamo con una nuova consapevolezza, è più che nostalgia, è la sensazione di non aver avuto occasione di apprezzare pienamente ciò che stavamo vivendo.

Qualcosa di cui non riusciamo a farci una descrizione ci turba, muove i nostri sensi in maniera indifferenziata. Non sappiamo cosa desiderare.

Facciamo quello che “è giusto fare” assolutamente ignari dei nostri bisogni. Siamo tutti un po’ normotici, non ci interroghiamo abbastanza sul senso della vita e cosa farne.

Rischiamo di fabbricare rimpianti. Ed in qualche modo cerchiamo un rimedio al tedio.

Cerchiamo stimoli per rompere la ripetitività dei giorni, sogniamo avventure, vogliamo sperimentare altre vite, altre emozioni, talvolta immaginiamo di fare cose impensate, varcare confini, esplorare il proibito… o solo spiarlo, spesso combattuti fra il desiderio di vedere e l’impulso all’evitamento.

Questa osservazione merita una precisazione.

Questa ambivalenza, questo essere tentati da uno spettacolo e l’impulso a ritrarsi è stata evidenziata già in tempi lontani. Platone, per bocca di Socrate nel Libro IV della Repubblica racconta “Leonzio mentre saliva al Pireo sotto il muro settentrionale (16) dal lato esterno, notò dei cadaveri distesi ai piedi del carnefice; da un lato 
desiderava vederli, dall’altro per ripugnanza distoglieva lo sguardo. Per un certo tempo lottò e si coperse il volto, ma alla fine, vinto dal desiderio, spalancò gli occhi e corse verso i cadaveri gridando: “Ecco, disgraziati, saziatevi di questo bello spettacolo!”». 

Più tardi in epoca cristiana nelle Confessioni di S.Agostino si legge: Alipio, discepolo prediletto di S.Agostino trovandosi a Roma “venne travolto dalla stravagante passione per gli spettacoli gladiatori. Mentre evitava e detestava quel genere di passatempi, incontrò per strada certi suoi amici e condiscepoli, che per caso tornavano da un pranzo e che lo condussero a forza, come si fa tra compagni, malgrado i suoi vigorosi dinieghi e la sua resistenza, all’anfiteatro, ov’era in corso la stagione dei giochi efferati e funesti. Diceva: “Potete trascinare in quel luogo e collocarvi il mio corpo, ma potrete puntare il mio spirito e i miei occhi su quegli spettacoli? Sarò là, ma lontano, così avrò la meglio e su di voi e su di essi… Ora, quando giunsero a destinazione e presero posto come poterono, ovunque erano scatenate le più bestiali soddisfazioni. Egli impedì al suo spirito di avanzare in mezzo a tanto male, chiudendo i battenti degli occhi: oh, avesse tappato anche le orecchie!… Quando, a una certa fase del combattimento, l’enorme grido di tutto il pubblico violentemente lo urtò, vinto dalla curiosità, credendosi capace di dominare e vincere, qualunque fosse, anche la visione, aprì gli occhi…

Vedere il sangue e sorbire la ferocia fu tutt’uno, né più se ne distolse, ma tenne gli occhi fissi e attinse inconsciamente il furore, mentre godeva della gara criminale e s’inebriava di una voluttà sanguinaria. Non era ormai più la stessa persona venuta al teatro, ma una delle tante fra cui era venuta, un degno compare di coloro che ve lo avevano condotto…”

Credo che questa sia una precisa descrizione della forza di attrazione di alcuni spettacoli del male, della violenza estrema.

Oggi non abbiamo fortunatamente spettacoli circensi e combattimenti gladiatori, schiavi e cristiani divorati dalle belve. Ma il nostro cervello è sempre quello, con l’ambivalenza e la vulnerabilità descritta in Leonzio e Alipio.

Davvero pensiamo di essere diversi?

La civiltà, che dovrebbe essere sostenuta da valori solidi e da una naturale capacità di sottrarsi al fascino del male, è una sottile pellicola che si infrange non appena si realizzano le condizioni per metterlo in scena. Ne abbiamo innumerevoli esempi. Ha fatto il giro del mondo la fotografia che mostra l’esecuzione di un prigioniero Viet Cong con un colpo di pistola alla tempia sparato dal Generale Nguyen Ngoc Loan in una strada di Saigon.

Quanti hanno cercato nel web, più o meno dark, immagini recenti di decapitazioni ed impiccagioni?

Per secoli le esecuzioni sono state pubbliche fino a tempi non molto lontani e si trattava di spettacoli di bassa macelleria per portare agli estremi il supplizio del condannato.
M. Foucault descrive l’ultima esecuzione pubblica per squartamento eseguita in Francia il 28 marzo 1757, si trattava di Robert Damiens, autore di un fallito tentativo di uccidere Luigi XV. Il racconto fa rabbrividire per tutte le azioni che vennero ideate per rendere il supplizio più feroce e spettacolare. Il luogo era quello che è oggi Place de l’Hotel-de-Ville a Parigi.
E la folla stava a guardare… Poi per ragioni di opportunità politica le esecuzioni divennero più riservate, dentro le carceri, penitenziari, bracci della morte.

Ci vorrà ancora tempo per maturare una sensibilità diversa. Ancora oggi siamo circondati da veri orrori, talvolta al limite del grottesco, dell’incredibile fino allo stupore. Da fonti di stampa (La Repubblica, ANSA):

23 luglio 2008: “E’ un’operazione demenziale e culturalmente devastante che cancella anni di lavoro di chi si batte contro la pena di morte.” Così Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno Tocchi Caino, ha commentato la presenza in un luna park nei pressi dell’Idroscalo di Milano di un’attrazione che riproduce l’esecuzione di un uomo, attraverso un manichino in lattice legato a una sedia di ferro e mosso da un pistone meccanico, mentre subisce finte scariche elettriche.

Sconcertante, ci si può divertire con un congegno di questo tipo? E a spese di quali mutilazioni della sensibilità, di quali dissociazioni fra le varie agenzie della mente?

Allora, su questi nostri aspetti, non tanto occulti che, come come i sopracitati Leonzio e Alipio siamo pronti a condannare, tutta l’industria della finzione aggancia il suo pubblico,  cadute molte censure, mettendo in scena comportamenti umani di cui talvolta un breve impulso, una frustrazione, uno smacco, ce ne ha dato una fulminea e fugace nozione.

Ed ecco che di fronte ad una cronaca di un femminicidio ci troviamo incuriositi a carpire il segreto della mente dell’assassino e le sue azioni…

Ma non basta vedere, il fatto è che il cervello è pieno di meraviglie, abbiamo la possibilità di simulare nel nostro corpo, in termini di sensazioni ed emozioni ciò che fa l’altro ed in certe condizioni è come lo stessimo facendo. Questa è l’esperienza eccezionale che vedere un film, anche leggere un romanzo ci permette di fare.

È la meraviglia dei neuroni specchio importantissima scoperta italiana nel 1992 di Giacomo Rizzolatti, a capo di un gruppo di ricerca dell’ Università di Parma di cui faceva parte anche Vittorio Gallese, autore di molti testi sul tema.

Cercherò di semplificare. I neuroni specchio sono diffusi in varie aree del cervello, scoperti inizialmente nell’area motoria e nella parietale inferiore, sono dotati della capacità di attivarsi in seguito all’osservazione di un movimento, ma anche in seguito alla narrazione di un gesto. Grazie a questa attivazione si realizza una “simulazione incarnata” che permette di “vivere” il significato e l’intenzione del gesto.

In pratica si attivano gli stessi neuroni che si attiverebbero per compiere quel dato gesto, restandone però inibita la realizzazione.

In altre parole, il corpo, grazie ai neuroni specchio, ci aiuta a capire ciò che fa l’altro e ci consente di apprendere il senso e la dinamica di un gesto come quando il maestro di tennis ci fa vedere come si fa un top spin.

Sono stati trovati neuroni specchio in altri distretti come l’insula, l’amigdala, il giro cingolato anteriore, aree che sono in relazione con la percezione delle sensazioni, delle emozioni e della cognizione. Grazie a queste meravigliose cellule, se vediamo una persona provare disgusto, lo sperimentiamo anche noi.

Quanti sono aggrediti da conati di vomito se vedono una persona vomitare?

Non è la nozione del vomito che produce questo, bensì la simulazione incarnata, e ciò vale per tutta la varietà dei nostri sensi, vedere per un tempo sufficiente ed a distanza sufficiente un’azione, un gesto, l’espressione di un volto attiva la nostra simulazione incarnata, se vediamo qualcuno piangere ci viene da piangere, vale per il contagio del riso, vale per le espressioni di dolore e di angoscia.

La cornice, palcoscenico o schermo, attenua questo meccanismo attraverso un’informazione latente, come se implicitamente ti dicesse “ma guarda che non è vero, è finzione”. Pensare che ciò che vedo non è vero è un meccanismo di difesa primitivo, un tentativo di alterare la realtà attaccandola proprio nella sua caratteristica fondante. Quante volte sentiamo i bambini piccoli difendersi da un rimprovero con questa affermazione: “non è vero!…”? Non tutti se troppo coinvolti, durante la proiezione di un film, nella visione di una azione che esprime sentimenti forti riescono a ricordare che è una finzione e allora diventa come un atto compiuto in prima persona.

Il verosimile filmico o televisivo attiva dentro di noi, nel nostro corpo, tutte le sensazioni che i protagonisti aiutati dal loro talento mettono in scena.

Non è un atto cognitivo, non stiamo semplicemente comprendendo le emozioni del protagonista, le sentiamo, come se si incarnasse in noi.

C’è una magia in questa dinamica, molto al servizio della migliore interazione sociale, come dire: sei il mio prossimo veramente, sento quel che tu senti, ed in virtù della tua sofferenza in me trasmessa troverò la forte motivazione a lenire ciò che soffri, ma anche mi sentirò nella carne alleato della tua rabbia se ti vedo combattere contro chi vuole annientarti.

In sintesi, nella visione di film o servizi di inchiesta “crime” l’azione dei neuroni specchio, un po’ annacquata dallo schermo, ci carica di emozioni nel corpo e, attraverso una vera e propria “simulazione incarnata”, ci fa vivere ciò che non avremmo mai intenzione di vivere ma…

… il tracciante rappresentato dall’attrazione che proviamo ci segnala che ciò che sentiamo è in sintonia con una parte profonda di noi, oscura e sconosciuta, ma pronta a riconoscere una parte simile.

Qui si accede a parti profonde. Si può scoprire un piacere della violenza, della tortura, mai sospettato, rimanendo sconcertati da questa rivelazione. Si decide di non vedere mai più certe scene ma la tentazione rimane e si fa più acuta, per la malaugurata attivazione del circuito della ricompensa, che si attiva per segnalarci che una certa azione, visione, suono, sensazione è stata buona per noi è ci invita a riprovarla ogni volta che se ne presentasse la possibilità.

È l’uomo primitivo pronto a reagire prima ancora di ragionare e tale strategia in tempi remoti gli ha permesso di sopravvivere.

Ma nell’inconscio nulla si perde. Rimane lì di generazione in generazione come vecchie zappe abbandonate in cantina. Sono lì, la necessità le renderà ancora utili.

Taluni godono perché affetti da un disturbo di personalità come le personalità psicopatiche, che non hanno affatto empatia, ma capiscono bene la mente dell’altro talché possono facilmente approfittare di questa dote per circuire, truffare, danneggiare l’altro. Si divertono della sofferenza delle vittime, si compiacciono quando uno viene raggirato, rapinato, torturato o ucciso. Incapaci di rispecchiare dentro di sé le sensazioni della vittima rimangono indifferenti a contemplare l’aggressione.

Altri come le personalità borderline, sono affette da un eccesso di empatia, si direbbe che sentono troppo e smisuratamente l’altro, gesti neutri possono essere interpretati come insulti o abbandoni e si trovano sprovvisti di strumenti per governare lo stato che segue a queste esagerate percezioni. Sentono tutto ciò che sentono i protagonisti delle storie, così come sono ipersensibili nella realtà ma non sanno cosa fare di ciò che sentono, come governarlo, rimanendone il più delle volte scossi a lungo.

Altri si annoiano perché sentono il peso della finzione. Altri, purtroppo, talvolta, in certe azioni criminose trovano strategie che non sarebbero stati capaci di ideare e tentano di imitare ciò che hanno visto per risolvere un problema, ammazzare una vecchia zia per risolvere una situazione economica o una fidanzata divenuta “cosa inutile”, ma come sopra in questi casi la colpa non è del film ma del processo di identificazione apprendimento che si incastra perfettamente con una personalità narcisistica psicopatica facendone un congegno micidiale. Dalla banalità delle risposte di certi assassini si ha l’ impressione che abbiano scaricato un programma semplicistico nel loro cervello, che li abbia resi molto semplicistici ed ingenui circa le conseguenze del delitto, soprattutto nella fase di occultamento. Forse il programma che hanno impiegato essendo costruito su persone che sono state scoperte e arrestate, è stato meno efficace nell’ideazione dell’occultamento proprio perché sono stati facilmente scoperti.
Nei crime viene dato più spazio a tutto ciò che precede il delitto fino all’esecuzione, interessa la mente delittuosa, non la strategia di occultamento, a questa si dedicano i grandi scrittori di gialli. Un genere diverso in cui la dinamica del delitto è intrecciata con suo stesso occultamento. È un lavoro mentale, non spettacolare. Si pensi al film “ Delitto perfetto”

Dunque cosa cerchiamo nei film? Si potrebbe dire che cerchiamo ciò che mettiamo in scena nei nostri sogni, anche quelli che chiamiamo incubi. Sogni a buon mercato per intrattenere un po’ l’inconscio. Ma occorre fare attenzione ad alimentare parti sconosciute di noi e l’insistenza con cui alcuni cercano film o servizi di genere crime può legare a queste dinamiche e senza che alcuno diventi un criminale tendono a lambire il nostro sistema di valori nei suoi appoggi inconsci, fatti di identificazioni che nel migliore dei casi è bene che siano benevoli e vitali, del tutto diverse dalle identificazioni mortifere stimolate dal genere crime. Se ci riempiamo di identificazioni e di esperienze attraverso la simulazione incarnata che, se da un lato danno vita al miracolo dell’empatia, dall’altro lato favoriscono l’impianto nella nostra memoria implicita di “esperienze” che possono guidare i nostri giudizi e le nostre azioni in un senso meno benevolo, dando vita a comportamenti che ne sono l’espressione esplicita di cui non si riconoscono più le radici. La banalità della violenza dei nostri giorni, le risse da stadio, nei luoghi di vacanza, fra tribù urbane rispondono tutte al principio di distruggere “il nemico” senza sapere perché lo consideriamo nemico o quanto sono forti le ragioni per considerarlo nemico. Godere troppo dei film crime attiva il sistema della ricompensa che ci lega all’esperienza che l’ha attivata, per ripeterla o fantasticarla a scopo consolatorio o autoriparativo.

Riportando i dati di una ricerca fatta presso l’Università di Stanford che ha permesso di evidenziare “il lato oscuro dei neuroni specchio. Come riportato da Elena Dusi su La Repubblica” sono stati infatti trovati dei neuroni specchio nel “centro della rabbia” del cervello dei topi maschi. Si accendono quando un roditore si azzuffa (il che avviene quando si mette un maschio nella gabbia di un altro maschio), ma anche quando osserva una lotta altrui e prosegue “Vista l’immensa popolarità dei videogiochi violenti o delle gare di lotta, appare chiaro come l’aggressività, anche quella osservata negli altri, possa essere appagante” scrivono i ricercatori guidati da Nirao Shah nell’articolo pubblicato su Cell. “Può darsi anche che guardare una zuffa altrui migliori la propria tecnica di combattimento e faccia diventare più aggressivi”.

Guardando agli umani, poi, la domanda che ci si pone è quanto l’aggressività sia contagiosa; se una persona mite, in un contesto di violenza, diventi ugualmente aggressivo; e se davvero film o videogiochi violenti influenzino i nostri comportamenti. Anche perché la lotta, fanno notare i ricercatori, raramente nel mondo animale è un affare privato. Le zuffe avvengono in pubblico. Tutti devono sapere chi è il più forte all’interno di un gruppo.

La storia del vino

Comincia male la storia del vino… 
Mi riferisco al mito di Erigone, bellissima figlia del ricco ateniese Icario. Dioniso, ad un certo punto, decide di far dono dei segreti della coltivazione della vite e della produzione del vino ad Icario, per ringraziarlo dell’ ospitalità ricevuta. Questi pensò bene di farlo assaggiare ai suoi sudditi, contadini e pastori i quali, trovandosi in breve ubriachi, pensarono di essere stati avvelenati e uccidono a bastonate (o forse per lapidazione) Icario. La bella Erigone, grazie al suo cane, scopre il cadavere del padre e si impicca per il dolore
È necessario precisare che fra Dioniso e Erigone era nato un intenso amore e, per questa ragione, Dioniso decide di vendicare la morte dell’amata lanciando una maledizione su Atene, in forza della quale tutte le giovani donne impazziscono e si impiccano. 

L’esordio del vino fra i mortali è tragico e contiene un severo monito. Occorre misura, il vino va gustato a piccoli sorsi, come se fossero piccoli bacini. Come fanno gli esperti fumatori di sigaro per gustare il solo sapore, usando le pause opportune e sorvegliando che non si attraversi la soglia di quell’antro in cui è in agguato l’ebbrezza, ovvero la “strega” che stravolge e ruba il senno. Nelle pieghe del mito, però, c’è un’ altra curiosità. Dall’amore di Dioniso ed Erigone nasce Stafilo (altre fonti l’attribuiscono, invece, al frutto dell’amore fra Arianna e Teseo). Nel linguaggio scientifico, la parola “stafilo” indica una struttura a grappolo come quella dell’uva e quella del temibile Stafilococco aureus, che si può reperire in formazioni a grappolo.

Dicevo, è un esordio duro quello del vino nella sua storia. 
L’ebrezza, nel caso del mito, ha generato morte e vendette. Dunque, è lei l’elemento da temere, la trappola che va evitata e che molti ricercano nel vino – e nell’alcol in generale. 
Taluni non gradiscono lo “stordimento” che deriva dall’assunzione di alcol e si fermano perché lo trovano fastidioso; altri, invece, individuano proprio in quello una sospensione dei pensieri, una “cacciata” di un pezzo della realtà dalla loro mente. In molti casi, non si tratta di una difesa dai grandi problemi che possono occupare i pensieri. Ciò che non viene tollerato è il minimo discostamento dalla serenità assoluta e dalla spensieratezza. Quest’ultima è una parola che va trattata con le pinze. Nel pensiero comune, si immagina la spensieratezza come un cielo senza nuvole, mentre in realtà è il risultato di una capacità di tenere gran parte della mente sgombra in presenza degli inevitabili problemi della vita. Ci sono tanti modi in cui si può sabotare la “spensieratezza”, ad esempio rivivere il passato con la memoria insistente di fatti dolorosi che danno una coloritura cupa al presente, rendendo difficile sperimentare ciò che c’è di nuovo. Ma anche proiettarsi in continuazione nel futuro, cercando di controllare ostinatamente ciò che potrebbe accadere attiva una modalità della mente in allarme, facendo sembrare il presente privo di risorse. 

Cosa occorre, dunque? Imparare a focalizzare l’attenzione sul presente, che non è una cosa facile. Tuttavia, non bisogna ricorrere a sistemi tossici, come l’alcol, per sgombrare il cervello. In maniera implicita, questo può convincerci che non abbiamo altra risorsa personale. Anche un singolo bicchiere può essere sinonimo di abuso di alcol, se lo scopo per berlo è quello di alterare uno stato della mente. È un cattivo uso dell’ alcol, un abuso (etimologicamente da abusus: cattivo uso). Naturalmente non si diviene alcolisti con un bicchiere di vino. Con un cattivo uso si altera la concettualizzazione del vino, e ciò è una premessa stabile del problema. 

A proposito di cravatte… 

Quello che abbiamo sotto gli occhi finiamo per non vederlo più, o meglio, anche se lo vediamo lo normalizziamo. C’è e se c’è va bene.

Mi annodo la cravatta, tutte le mattine da anni. È normale. E come mi piace il nodo bene fatto, deve lasciare una piegolina all’affiorare della “pala”, o “gamba”… si chiama così la parte più in vista della cravatta, sorella maggiore che nasconde dietro di sé il codino, che non dovrebbe essere visto, se non per un casuale far capolino, gesto volgare per far apparire l’etichetta.

Il nodo è la traccia dell’insegnamento paterno, in due davanti allo specchio a ripetere i movimenti. Le prime apparizioni “vestito bene”. Abbiamo iniziato che ero ancora bambino, una prima prova di virilità. Lui non tollerava le cravatte con il nodo già fatto, “cravatte per i morti” diceva. Più avanti lo avrei onorato, imparando a fare il nodo alla farfallina. Ma gli sembrava una cosa istrionica, inutile insistere a dire che era una cosa “inglese”. In realtà le compravo a New York da Brooks Brothers, per lavoro ci andavo ogni 6 mesi e facevo incetta. Erano gli anni ’80, perciò un po’ di estrosità non guastava.

Le cravatte stettero per 6 anni a riposo.

Non c’è nessuno che sappia spiegare in pratica a cosa servano. A rendere più elegante l’indossare una camicia? E perché mai? Forse il vero valore della cravatta è proprio dato dal fatto che non serve a nulla. Serve a qualcosa una collana, un bracciale? In pratica a nulla, ma è segno di eleganza. È un ornamento sopravvissuto a un’epoca in cui si usavano metri di stoffa in eccesso per vestirsi. Forse la camicia da sola dice che manca qualcosa? Cosa evoca? Uomini arrestati o condotti al patibolo? Duellanti? C’è un che di incompleto e provvisorio e poi, particolare non trascurabile, togliersi la cravatta è un atto di libertà, disimpegno, Friday dress, e qui si inserisce il racconto che la cravatta è costrizione, fa dress code da ufficio.

Anche i primi Beatles, nonostante la frangetta, compaiono in alcune foto in giacca e cravatta. La cravatta ti fa adulto… ecco qualche foto in bianco e nero di festicciole in casa nei primi anni ’60, con i ragazzi in giacca e cravatta che ballano il twist e sembrano quarantenni. Anche Proust parla di cravatte: le sue preferite erano di Charvet in Place Vendôme. C’è qualche rara foto di James Dean in cravatta, qualcuna con il farfallino, ma preferiva la t-shirt bianca… gioventù bruciata. La t-shirt è magica, è completa in sé, non evoca alcuna assenza, come la camicia abbottonata fino al colletto. Prima della depilazione maschile, la camicia aperta si adornava dei peli del petto, maschia esibizione…

Ecco, l’uomo a disagio, colpevole o disperato, ha a disposizione un gesto: allentare il nodo della cravatta, un supporto espressivo codificato. E come dimenticare ne “Lo spaccone” Minnesota Fats con l’impeccabile cravatta che distrugge Eddie Felsen, disordinato ormai nell’abito. Qui la cravatta è segno di disciplina, di tenuta di nervi nel contesto di una spietata partita a biliardo. Quante cose in fondo raccontano le cravatte, peccato perderle..